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Il mestiere del cantautore italiano

Quando il cantautore italiano ha concretizzato l’idea che il percorso artistico intrapreso si materializzava davvero in un mestiere? Riportiamo tre esperienze diverse che hanno segnato un momento importante di affermazione o constatazione di tre artisti che hanno svolto il mestiere del cantautore italiano, e che magari non pensavano di poterlo fare fino a quel momento.


Il cantautore italiano Francesco Guccini

Francesco Guccini

Non avevo deciso di fare il cantautore, io avevo deciso di fare un altro mestiere nella vita. A poco a poco ho fatto il primo Lp [Folk beat n.1], credo passato inosservato. Io pensavo “beh, è finita” Poi mi han chiamato e mi han detto “C’hai le canzoni per fare un secondo?” “Io le ho!”. Ho fatto il secondo, Due anni dopo, e anche quello ha avuto, insomma…

Poi è arrivato un altro direttore artistico, quelli cambiavano come gli allenatori delle squadre di calcio, vengono fuori da una parte e te li ritrovi nell’altra. “Hai altre canzoni?” “Sì ce l’ho”. Le allora case discografiche erano molto più potenti, avevano molte più possibilità, quindi si permettevano anche il lusso di far fare tre Lp, non 45 giri, a uno semisconosciuto perché avevano altri che tiravano.Facevano anche gli sperimentatori, diciamo.

Finalmente con il quarto, Radici,  è andato molto bene. Non facevo ancora concerti, perché non sapevo ancora se avrei fatto il cantautore da grande. Poi alla fine degli anni ’70 è nata mia figlia e mi dissi che “è ora che incomincio a lavorare sul serio”. Perché allora andavo alla Osteria delle dame, andavo tutte le sere a suonare e quindi ho cominciato anche a fare qualche concerto.

(Francesco Guccini)

 

A volte è stata una canzone la consapevolezza che qualcosa cambiava nella tua vita. Ce lo racconta il cantautore italiano De Gregori:

Il cantautore italiano Francesco De Gregori

Francesco De Gregori

Da un punto di vista banalmente pratico l’uscita di “Rimmel”, perché il disco ebbe molto successo e capii che in qualche modo potevo mantenermi facendo musica se fossi stato abbastanza volenteroso o se avessi continuato ad avere certe idee. È andata così, dal 1975, prima di aver fatto “Alice” non pensavo che potesse essere più che una piccola stravaganza nella vita di uomo che era destinato a fare un lavoro più “serio” detto tra virgolette.

Io penso che avrei fatto il professore oppure avrei fatto qualcosa che aveva a che vedere con le lettere, la parola scritta, forse il giornalista, se avessi avuto fortuna il romanziere. Non lo so. È stato meglio così.

(Francesco De Gregori)

 

Da un cantautore italiano che aveva preospettato di fare nella vita il professore, c’e chi invece avrebbe fatto un mestiere diverso seppur ironicamente avrebbe lavorato anch’esso nella scuola...

Il cantautore italiano Lucio Dalla

Lucio Dalla

Se non avessi fatto l’artista avrei fatto molte cose, anche il bidello. Mi piacevano molto i panini con la mortadella, li invidiavo molto che vivevano in mezzo al quel profumino!  


Mi ricordo che storicamente, potrei datarla in un agosto del 1960, quando io facevo assolutamente ed esclusivamente jazz. Per ragioni di sopravvivenza, era finita l’avventura con Chet Baker, suonavo con la Seconda Roman New Orleans Jazz Band ed ero arrivato a Roma portato da Maurizio Majorana, bassista della Rai, padre di Riccardo Majorana che  è uno dei miei coristi adesso a sostituire Giovanni Sanjust.

Andai a fare questo concerto con la Roman al teatro di Cagliari, bellissimo, dove c’erano ventimila persone e dove c’era tutto lo scibile della musica leggera. Sai quelle adunate da Richard Anthony a Mina, tutto quello che si poteva ascoltare. Rimasi sbalordito innanzitutto dalle presenze perché prima con il jazz si suonava davanti dieci persone e poi dal fatto che uscì Celentano, che se non era i primi tempi era quasi.

Io non mai particolarmente amato Celentano, l’ho sentito proprio lontano da ogni possibilità di recupero musicale se non per quella grande energia che aveva, eppure lui uscì fuori con il pubblico in delirio e piantò con il martello un chiodo sul palco. Quello è stato il gesto che mi ha rivelato la canzone, la musica leggera.

Quando riesci ad avere il dominio delle coscienze, facendo parte dell’immaginario che lui in qualche modo contatta o addirittura foraggia e può entrare in un file e uscire da un altro, può permettersi davanti a ventimila persone di stare cinque minuti a piantare un chiodo sul palco con la gente che applaudiva in delirio ad ogni colpo di martello che dava sul chiodo, allora ho detto qua c’è qualcosa di interessante.

(Lucio Dalla)

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