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I grandi cantautori italiani danno importanza al dialetto

I grandi cantautori italiani hanno manifestato un vero interesse per il dialetto, sia nelle loro canzoni, sia nei loro studi. Come non dimenticare le canzoni in dialetto di De Andrè, uno dei più stimati e grandi cantautori italiani, oppure Pino Daniele che ha costruito la sua carriera artistica cantando inizialmente esclusivamente in dialetto napoletano.

Come Guccini, c’è anche chi nutre un interesse per i suoi luoghi d’origine, le proprie radici e quindi tutto quello che ne è lagato come la lingua.

Francesco Guccini e il dialetto

Francesco Guccini

Mi interessa l’ambiente del dialetto, il suo mondo. Innanzitutto il dialetto non è una lingua imperfetta, non è un figlio spurio dell’italiano, il suo figlio minore, perché l’italiano è un dialetto che poi è diventato lingua nazionale.

I dialetti pavanese, toscano fortemente influenzato dall’emiliano o il modenese, che sono più o meno parlo, hanno una coloritura, una linea espressiva, hanno una carica soprattutto nel lessico con verbi sostitutivi . Un mondo nel quale è bello frugare, dato che sono uno che vive adoperando le parole, il dialetto può aiutarmi in questo.

Rovaio, che è il vento di tramontana, questo è pavanese che ho usato per esempio in una canzone e viene da boreàrius, coiè vento borreale, che viene dal nord. Credevo fosse dialettale invece l’ho trovato su degli autori classici.

(Francesco Guccini)

I grandi cantautori italiani si riconoscono per la dedizione che nutrono nei confronti del loro mestiere e implicita è la voglia di trasmetterlo nei loro concerti.

I grandi cantautori italiani e il dialetto

Fabrizio De Andrè

Si sa che le lingue decadono a dialetto e i dialetti assurgono la dignità di lingua per motivi essenzialmente militari e politici. Basterebbe fare la storia del Portogallo[..] il dialetto è molto utile non soltanto per il dialetto in se stesso perché è divertente parlarlo, ma anche per nutrire qualche cosa di inventivo, di divertente, di creativo che la lingua italiana ormai purtroppo cede di fronte a quella che è diventata la lingua della televisione.

I pochi critici che sono rimasti, i pochi scrittori e qualche esimio giornalista non bastano a rifocillare la lingua italiana di inventiva di cui una lingua a pur sempre bisogno. Quindi io auspicherei (come di ce Spadolini) di continuare a parlare i dialetti anche per nutrire questa povera lingua italiana.

Appena viene detta una frase in dialetto,un  idioma locale interessante, divertente, creativo cosa fa la lingua italiana? La ruba subito e la fa diventare quello che chiama una frase idiomatica.

(Fabrizio De Andrè 1993)

 

Carmen Consoli e il dialetto

Carmen Consoli

In America è stata un’esperienza molto bella partire con i ragazzi e proporre la propria musica, la propria cultura, nel senso che cantavo in italiano e a volte in siciliano.

Al Central Park ho cercato di far cantare il pubblico “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti” che è il ritornello di Malarazza, questo canto che parla di questo servo che si lamenta in piazza e dice “il mio padrone mi strapazza” e Dio dalla croce gli dice porgi l’altra guancia? No. Gli dice “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti” quindi difenditi!

I dialetti o lingue che si vogliono chiamare, ma non nel senso di divisione, nel senso che io voglio appropriarmi del dialetto lombardo, bergamasco perché in qualche modo mi appartiene.

(Carmen Consoli)

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